Articoli di Chirurgia Plastica

Il punto sulle protesi mammarie

Le protesi che vengono inserite nelle mammelle sono ormai di uso consolidato fin dagli anni ’60. 
In quegli anni furono immesse sul mercato protesi caratterizzate da un involucro liscio e molto sottile di gomma siliconica, di forma semisferica, riempito di gel di silicone. 
Quelle protesi di prima generazione vennero usate con entusiasmo poiché permettevano di ottenere ottimi risultati estetici con una consistenza pressoché normale. Ne furono impiantate due milioni fino alla metà degli anni ’80.

Con il passare degli anni si evidenziarono però alcuni difetti: dopo dieci/quindici anni l’involucro sottile si rompeva costringendo alla loro urgente rimozione per evitare lo spostamento della gelatina di silicone in altre zone del corpo. 
Inoltre fin dai primi anni, in una elevata percentuale di casi (30%) si andava incontro al fenomeno della contrazione capsulare che produceva la sensazione di indurimento della protesi determinandone prima o poi, anche in questo caso la necessità di rimozione.
 


Formazioni capsulari ipetrofiche e protesi ormai rotte a superfice liscia.

 




Aspetto poco naturale di una contrattura capsulare.

 

In seguito a ciò i produttori di protesi sono passati alla costruzione delle protesi di seconda generazione: ora sono costituite da un involucro di maggior spessore ed a superficie rugosa. 
Questi due artifizi hanno permesso di ottenere una minore incidenza di retrazione capsulare: questa evenienza risulta ormai molto ridotta se la protesi viene usata per estetica e limitata all’1-3% nei casi di ricostruzione mammaria post-mastectomia.
Il passaggio dalla prima alla seconda generazione di protesi è coinciso con una intensa querelle negli Stati Uniti durante la quale il silicone venne accusato di essere causa di varie malattie.

Gli studi scientifici molto ampi effettuati nei principali centri senologoci del mondo hanno ormai dimostrato che non vi è mai stata alcuna influenza del silicone sull’insorgenza del cancro della mammella e di malattie autoimmuni, quindi si può scientificamente affermare che l’uso di queste protesi non determina malattia.

L’unico svantaggio delle protesi ancora presenti, come nei primi tempi del loro impiego, è determinato dalla loro radioopacità. 
Ciò significa che il silicone non viene attraversato dai raggi X e quindi alla mammografia determina un’immagine bianca che copre ed annulla sulla lastra radiografica le aree di ghiandola che stanno "dietro alle protesi".
In parole povere la presenza delle protesi fa sì che la mammografia vada eseguita anche in proiezioni oblique. Nonostante tale artifizio, una porzione di tessuto mammario resta comunque "nascosta" dalla protesi.

Questo inconveniente (non trascurabile per la prevenzione del carcinoma mammario) viene comunque eliminato con l’esame di Risonanza Nucleare Magnetica sul quale il silicone non determina alcuna influenza.

Altro modo di ovviare all’inconveniente è l’uso di protesi non ripiene di silicone ma di altro filler che sia radiotrasparente. Molti produttori si stanno da anni occupando della ricerca del filler ideale. 

Al momento attuale, dopo esperienze disastrose con l’olio di soia o con il polivinilpirrolidone, restano in uso solo le protesi ripiene di Idrogel che non hanno finora evidenziato inconvenienti, anche se il periodo di osservazione è molto più breve di quello quarantennale del silicone ed i numeri dei casi trattati molto più limitati.

 
 

© Dott. Marco Borsetti - Codice Fiscale BRSMRC74H21L219Z
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